Eroina ma con lo scazzo

E da minuti e minuti che vicino a me vola una di quelle zanzarone tutte scoordinate che tenta di uscire dalla stanza passando dalla parete. Un misto di tenerezza ma anche di brividini lungo la schiena. Ed è proprio mentre guardo questa scena dolcissima nella sua demenza, che mi torna in mente la me sciocca di qualche giorno fa e, con piú precisione, la me che vagava per il mondo prima che facessi uno dei gesti piú generosi della mia esistenza. Il tutto ovviamente con la sbatta.

Ma dato che il tempo è denaro, la finisco con questi preamboli e faccio che raccontarti questa vicenda perché tu non debba sporgere denuncia per “minuti preziosi della vita usati male e mai restituiti”.
Mi trovavo in stazione in attesa del treno che da Basilea avrebbe condotto la mia carismatica persona verso la mia patria adottiva. Come al solito conciata da terremotata, facevo avanti e indietro per l’edificio (per farti capire la vibrazioni di povertá che emanavo ti dico solo che un senzatetto mi ha persino chiesto se avevo giá un fidanzato. La cosa mi ha lusingata? Forse. Mi ha fatto riconsiderare i miei look? Chiaramente) 
Mentre vagavo con lo sguardo vuoto e una brutta canzone di daddy yankee alle orecchie, una signora con due pargoli affetti da un leggero problema di iperattivismo, mi si avvicina e mi chiede se parlo italiano. Io che se fossi stata educata a calci sui denti avrei avuto la stessa filantropia, all’inizio ho anche valutato di dire di no. Peró un po’ il fatto che tra i biondi di una stazione svizzera avevo praticamente scritto pizza, pasta e mandolino sulla fronte, un po’ che nell’improvvisazione non sono portata, alla fine ho ceduto.
Dunque vabbé… “si signora parlo italiano”. 
La vedo tutta sollevata e giá mi dispiace per lei, per la batosta quando scoprirá che avermi incontrata non potrà cambiare nulla al suo destino se non al massimo in peggio.
La questione è che lei è la sua prole devono raggiungere il marito ad Amburgo ma non avendo mai preso un treno e non parlando tedesco necessitano di un faro nella notte mal vestito che li guidi. 
Guardiamo insieme il biglietto e la fortuna vuole che sia esattamente il treno che deve prendere anche la sottoscritta quindi saluto daddy yankee e come una famiglia di anatre cominciamo il nostro pellegrinaggio verso il binario. 
Una volta arrivate ci schiaffiamo su una panchina a caso e cominciamo un amabile small talk sulla vita, interrotto solo dalle crisi della figlia di cinque anni che da, brava futura tik toker, reclama attenzioni e dal figlio di otto anni che si domandava perché io non avessi figli e girassi come una sfollata. Un ragazzino sicuramente molto sveglio ma forse poco attaccato alla vita. 

Proprio mentre sono in procinto di spiegare al piccolo che dare alla luce un altro essere umano con il 50% del mio dna sarebbe un bello sgarbo sia per il diretto interessato sia per la societá che dovrá integrarlo, arriva il treno. 
Segue un momento sicuramente di massima goliardia per le telecamere di sicurezza che mi riprendono mentre faccio salire e scendere madre e minorenni quattro volte dal treno nell’attesa di capire se fosse quello giusto. 
E qui giá ti vedo amico mentre scagli le penne stilografiche cercando di beccare la tua cavia peruviana e urlando frasi sconnesse in cui mi redarguisci per aver fatto fare su e giù da una locomotiva a una bambina di 5 anni.
Ebbene amico, anche se non approvo la violenza sugli animali nonostante sia una fan della grigliata mista, non posso che darti ragione. Se non avessi alle spalle l’esperienza di aver preso un treno da Milano convinta di tornare a Torino e se non mi fossi invece ritrovata in Svizzera probabilmente tutte queste accortezze neppure me le prenderei. 

Comunque, segue a questa scena pietosa quella altrettanto annichilente dove attraversiamo mezzo treno alla ricerca di quattro posti. Io in testa con uno zaino da 45 litri e l’allure di una leader, la madre con 3 valige e sull’orlo di un mental breakdown, la figlia piú piccola con le gambine distrutte da questo sali e scendi ma con le batterie ancora belle cariche per lamentarsi e l’irriverente 8enne che nella pratica era il piú equilibrato di tutti ma i cui problemi, sono sicura, arriveranno tutti in adolescenza quando la sua insolenza verrá ripagata con il brutto fenomeno del bullismo. 
Alla fine troviamo da sedere. I figli fanno presente che non hanno nessuna intenzione di mettersi vicino all’ estranea che la madre si è accollata in stazione, e io confermo che su questo non ho nulla in contrario. Li lasciamo nel sedile vicino a spaccarsi la faccia a vicenda come solo fratello e sorella sanno fare e ci piazziamo nel posto accanto. Non faccio neanche in tempo a spacchettare l’ebook che giá percepisco che in quanto suo mentore la signora si aspetta il pacchetto completo, quindi guida + intrattenimento. 
Di sua sponte decide che è giunta l’ora che io ne sappia un po’ di piú della sua vita, come se la noia della mia non mi bastasse. “Vabbé signora mi parli di lei” 
Prima parte con una infarinatura dove mi comunica che è una mia coetanea (di striscio vedo il figlio guardarmi giudicante), che è sposata e un altro mucchio di cose che io credevo appartenessero solo al mondo degli adulti (aspetta in che se senso vado per la terza età? ). Poi passa a narrarmi di tutte le certezze, le vittorie e le solide realtà su cui si basa la sua vita.
Quando ormai sente di aver dato il 100% dal punto di vista retorico, decide che è ora di passare ai fatti. Tira fuori il telefono e comincia a scartabellare le foto e me le mostra curandosi ovviamente di contestualizzarle una per una.  
Dopo aver visto lei lavarsi i denti, accarezzare il cane, abbracciare il marito, festeggiare la nascita della piccola lagna, al mare, in montagna e in provincia, me ne fa vedere una dove, su uno sfondo da russia comunista, c’è lei e tutta la sua famiglia vestiti a festa ma con la faccia di chi ha lasciato il gas aperto in casa e se ne rende conto quando ormai è giá al casello. Mi spiega che era il matrimonio di sua sorella 
Subito dopo me ne mostra un’altra sempre dello stesso tenore quindi tutti addobbati a cerimonia e le facce infelici. Ovviamente io che ho le sinapsi pigre cerco di fare la simpatica e faccio un commento della serie “La sposa mi sembra un po’ presa male. Le è morto il gatto?”. La signora mi spiega che quella era la foto del funerale della madre avvenuto pressappoco 72 ore prima (A conferma mi ha fatto vedere la foto con la genitrice a baccalá.) Quindi no, il gatto sprizzava salute da tutti i pori.

Sfiga vuole che i finestrini dei treni non si possano abbassare e quindi, invece di buttarmi sotto le rotaie, sono dovuta rimanere ben ancorata al mio sedile a macerare nel mio cattivo gusto. 
Le foto dopo le ho ovviamente guardate in silenzio. 
Per fortuna ad allentare la tensione ci hanno pensato i bambini che tra una cosa e l’altra si stavano prendendo per i capelli e contando che la piccola, essendo tale, ne aveva veramente pochi la madre a una certa aveva deciso di intervenire.
 
Arriviamo quindi verso la fine di questo stupendo viaggio. Io mi accingo a congedarmi perché la fermata dopo è la mia e faccio che dirigermi a moon walking verso la porta quando la signorina (ricordiamo che è coetanea quindi nel fiore degli anni) mi urla
“Aspettaaa” …uh Madonna. “Si cara?”
“Mi prenderebbe dell’acqua?” 
A questa richiesta di aiuto, a cui rispondo esclusivamente per non dovermi mettere le mani in faccia con Gesù il giorno del giudizio, comincio a sforbiciare per tutto il treno alla ricerca di un posto per abbeverare il nucleo familiare. Un’impresa che ai piu sembrerà una bazzecola ma non per me che comunque su un treno pieno zeppo di biondi ho la concentrazione a 0. Fatto sta che trovo l’acqua e la porto alla madre. Io che ormai mi sento già una benefattrice pari a un operatore di medici senza frontiere sto nuovamente girando i tacchi quando mi sento richiamata.
” Ma…secondo te dove devo scendere?” 
Cinque ore di foto della sua quotidianità e a un minuto dalla mia uscita di scena mi chiedi l’unica informazione utile? Non mi arrabbio solo perché in fondo è proprio quello che farei io se avessi due figli a carico e fossi su un treno in un paese dove non capisco una mazza.
Quindi nulla, le spiego che è tutta una questione di sapere cosa voler fare nella vita. “Vedrai che quando avrai trovato la tua strada saprai anche quale sarà il momento di scendere” 
“Ma io volevo andare ad Amburgo”
“Allora scenda lì signora”

E me ne vado così, con i miei effetti personali sulle spalle ma con nel cuore la consapevolezza di essere un passo più vicino a Gandhi.
Ovviamente mi sono dimenticata (diciamo dimenticata perché “altamente battuta” suona un po’ duro) di chiederle un numero per accertarmi che lei e la sua prole siano giunti a casa sani e salvi. Ma dall’occhiata lanciatami dal finestrino dall’8enne giudicatore non ho alcun dubbio.

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