Mangia a nonna

Affiatati saluti a te e un bacio metaforico, amico agli sgoccioli con le scorte di vitamina D.

Da quando sono in quarantena anche io, mi sono per la prima volta resa conto della abissale differenza tra uscire poco perché antipatica e uscire poco per forza maggiore. Insomma, chi l’avrebbe mai detto che un divieto legalizzato potesse farmi venire improvvisamente voglia di farmi le vasche in centro a qualsiasi ora del giorno?

Sospetto sia stata la visione prolungata di troppe serie sulla criminalità che mi stanno portando sulla cattiva strada. E, infatti, non ti nascondo che l’idea di vendere foto dei piedi online mi abbia anche solo accarezzato per un attimo la materia grigia. Ma circa quest’ultima affermazione ci tengo a sottolineare che le mie appendici sono ancora incensurate (tranquilla mamma, posa quella ciabatta).

Ed è così che oltre ai miei hobby curricolari come scrivere baggianate, leggere e atteggiarmi in deshabillé sul palo come una che se lo possa permettere, mi sono dovuta inventare nuove occupazioni per contrastare questo sentimento di fuck the system che a tratti mi pervade.

Per questo ho deciso di provare ad attirare i piccioni sul mio balcone a discapito dei miei vicini di casa che tanto per una ragione o un’altra già mi salutano con un pizzico d’odio nello sguardo e, quindi, tie’.

Il mio progetto era quello di sacrificare dei semi rinvenuti dalla dispensa e destinati in origine all’insalata, per attirarli alla ringhiera del mio balcone e poter godere di questa migrazione simulando un’esperienza analoga a quella di una piazza San Marco e, perché no, incrementando il mio materiale fotografico riguardante questa sciocca specie.

Ironia della sorte, sono stata snobbata persino dagli uccelli più odiati sulla faccia del globo. Uno schiaffo ad ali aperte alla mia dignità di donna e di birdwatcher. Inutile anche il mio tentativo di variare i semi con dell’avena offerta direttamente dalle mie mani sventolanti e il richiamo “vieni a mangiare, a nonna”

In compenso ho scoperto che sul balcone di casa del mio vicino c’è un mezzo busto di un manichino femminile. Non so cosa pensare ma da allora ogni volta che lo incrocio sul pianerottolo me lo immagino a ballare davanti ad uno specchio come Buffalo Bill nel Silenzio degli Innocenti.

Insomma, frustrante.

Frustrante quasi come sentire i tedeschi lamentarsi dell’assenza di carta igienica quando io convivo con la perdita del bidet da tre anni. Una ferita insanabile per chi nasce, cresce e corre con la certezza di potersi dare una rinfrescata in tutta comodità sul suo sanitario del cuore.

E io già ti intravedo mentre fai capolino dalla coperta, metti in pausa la serie e mi urli non senza disprezzo “Ci sono problemi ben più gravi, lurida sciacquetta”

E dato che siamo tutti in quarantena per un virus non me la sento affatto di contraddirti. Quello che però posso dichiarare è che farsi una doccia dopo ogni pisciata va anche bene se non si superano le 63 volte al giorno e si è muniti di branchie.

E mentre tesso le lodi del mio amico, amante e arredo da bagno mi preparo psicologicamente al workout di oggi. Sono infatti già due giorni che rimando questo fatidico momento mettendo a repentaglio tutti i tessuti faticosamente recuperati da terra negli ultimi 8 mesi. Almeno cercherò di tenere fuori il mio partner che l’ultima volta ha fatto body shaming dicendo che il mio braccio destro preso in solitaria potrebbe appartenere tranquillamente al corpo di un uomo per poi cercare di fare retromarcia annunciando “ma a me piace”.

Sempre dolce il mio Lui che sopravvaluta la mia salute mentale con l’innocenza genuina di un cucciolo di zebra che si allontana dalla madre nel cuore della savana.

Deve essere una sorta di primordiale istinto suicida, simile a quello che mi prende ogni volta che metto il muso fuori casa. E infatti non so te, cyber-amico, ma se tra le mura domiciliari mi sento esplodere di salute, non appena mi ritrovo circondata da umani mi viene un improvviso e urgente bisogno di tossire. E fidati, caro mio, che cercare di reprimerlo è sempre una vera e propria sfida all’ultimo embolo.

Un po’ come l’atavico sogno di essere un po´più di un figlio per mamma, sospetto che anche questo impulso alla lapidazione sia stato catalogato da Freud. E se per ora non ho alcuna certezza al riguardo almeno ho qualcosa su cui rimuginare per il resto della giornata, mentre aspetto che un piccione mi faccia la grazia di atterrare sulla mia proprietà.

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