Lezioni di suspense da James Patterson

Se c’è una cosa che nella vita adoro ancor più di mangiare a orari improbabili e di accarezzare ungulati a pagamento, è sicuramente leggere dei bei gialli, ancor meglio se confezionati dalla penna geniale del maestro delle storie raffazzonate James Patterson che, con la sua dialettica invidiabile e soprattutto la sua incredibile capacità di rivelarti l’assassino a pagina due, riesce a farti aggrottare la fronte dal frontespizio ai ringraziamenti.

E quindi una shakerata di mani a James, novello Socrate ostetrico di anime, che mi ha insegnato che per costruire una trama ricca di colpi di scena e suspense basta crederci forte forte. Ed è, infatti, proprio a cucchiaiate di nonsense che si apre e si chiude il bellissimo romanzo da cestone delle offerte “la seduzione del male” e che per amore del sociale ti riassumo qui perché tu non debba spendere 8 euro e 99 cent e pentirtene amaramente.

La protagonista del romanzo è Lindsay Boxer, un’agente della polizia la cui caratteristica più importante è non avere caratteristiche. Infatti la nostra affascinante amica non fa niente se non farsi trascinare dagli eventi come un sacco dell’umido prendendosi meriti non suoi e dicendo banalità.

Lindsay ha una figlia piccola che accolla alla vicina di casa 7 giorni su 7, un cane che non porta mai a pisciare e un marito con cui sostiene di aver bisticciato per motivi gravissimi che coinvolgono anche un’altra donna ma che non specificherà mai lasciandoti per sempre con un interrogativo che ti porterai fino alla tomba.

La sua vita è una noia fino al giorno in cui il museo di scienze della città esplode a due passi dal ristorante in cui lei e il marito stanno consumando una squisita cena di riappacificazione a base di pesce.

Non appena vedono l’edificio saltare in aria i due uccelli del malaugurio corrono sul luogo della catastrofe e proprio mentre realizzano che l’utilità della loro presenza e direttamente proporzionale alla bontà dell’ananas sulla pizza, la nostra eroina nota un uomo immobile in mezzo alla folla con il sorrisino sornione tipico dei terroristi. Munita di tacco 12 corre subito a interrogare il voyerista che senza scomporsi le rivela di essere il tizio che ha fatto saltare tutto. Siamo a pagina due, tre se contiamo la copertina, Il caso è bel che chiuso però l’affitto non si paga mica da solo e quindi procediamo.

Nel frattempo il marito, che la protagonista ha sicuramente sposato per il suo intelletto sopraffino nonché per il nome Joe che fa sempre fico, decide di fare una passeggiata dentro l’edificio scoppiato suppongo per sgranchirsi le gambe forse per l’ultima volta. E infatti rimane ferito, viene portato all’ospedale e con questo escamotage da 3,50 euro verrà accantonato come una pianta da arredamento fino praticamente alla fine del romanzo.

Passiamo, quindi, al momento dell’interrogatorio dove scopriamo che il nostro amico amante dei rumori forti si chiama Connor Grant ed è un maestro di scienze con una ossessione per le bombe ma non quelle sexy. Colpo di scena, Connor sostiene di essere innocente e dichiara che la signorina Lindsay ha capito cazzi per mazzi e insinua in lei e in tutta la sua squadra di agenti, noti per l’uso dello sfintere come organo pensante, il lecito dubbio che si siano presi un abbaglio.

Poco importa infatti che i poliziotti abbiamo ritrovato il suo manuale “come costruire una bomba in venticinque minuti con venticinque dollari” (cito dal testo) sulla scrivania nella stanza dedicata agli esperimenti sugli esplosivi quando il geniale malfattore, con la proprietà di linguaggio di un dodicenne che ascolta Fedez e rispondendo “nun me pare” ad ogni accusa, convince la giuria della sua innocenza.

E dopo una litrata di inchiostro buttato per una pagliacciata di processo, il presunto killer viene mandato a casa con una pacca sulle spalle e il broncio della nostra protagonista. Una volta tornato nella sua malefica dimora scopriamo che, oibò, effettivamente è proprio lui l’artefice della carneficina e veniamo a conoscenza di questa verità insospettabile durante un soliloquio del cosiddetto che si auto narra le sue gesta mentre sfoglia il suo album fotografico dove ha documentato tutti i suoi attentati e cambi di identità, evidentemente sfuggito all’attenta perquisizione svolta dalla squadra fortissimi capitanata da quella sciacquetta.

In poche parole, misere almeno quanto lo stato della mia anima dopo aver realizzato di aver perso ore e ore di vita leggendo questa porcata, Connor cerca di fuggire da San Francisco con l’identità di un tizio a caso che aveva incenerito tra una seduta di jogging e l’altra ma prima di farlo vuole far saltare il municipio. Il perché? Beh…è chiaro…cioè James non ci dice come mai ma noi possiamo supporre che allora non ci fosse ancora Netflix e quindi mi sembra più che naturale far brillare edifici per il gusto di farlo.

Ma proprio mentre sta per portare a termine la sua ennesima carneficina viene fermato da nientepopodimeno che uno sconosciuto che alla fine ci rimette pure la pellaccia mentre la nostra 007 è a casa a mettersi lo smalto turchese e assiste al suo arresto comodamente seduta sul divano con l’ovatta tra le dita dei piedi.

E in tutto questo marasma con il piromane scemo, a Lindsay, che già non riesce a concentrarsi su una cosa alla volta dimostrando al mondo intero che il multitasking è solo un mito, viene affidato anche ad un altro caso che se ti stai chiedendo se abbia qualcosa a che fare con quello appena magistralmente riassunto, dicerolti molto breve, no non centra niente.

Sono giorni, infatti, che stanno recuperando una quantitá di cadaveri dalla strada neanche fossero tornati i tempi in cui dilagava il colera ma nessuno se ne fa un cruccio perché in fondo la vita è una giostra che va e lo sanno bene tutti anche chi, come la nostra amica detective, viene pagata perché la gente non muoia.

Ad una certa uno dei colleghi più pignoli, di quelli che nella vita vera vengono bullizzati perché non perdono tempo giocando a fortnite sul luogo di lavoro, scopre delle misteriose punture sul culo di ogni morto stecchito e, dopo minuti e minuti di ragionamento circa il fatto che ad ucciderli potrebbe non essere stato una storta alla caviglia o il bagno in mare subito dopo mangiato, decidono che forse è tempo di guadagnarsi la pagnotta e cominciare ad indagare.

Ovviamente in tutto questo l’eroina di questo capolavoro sfogliabile non fa nulla se non partorire pensieri del peso di “che strano” oppure “ma come” o “mannaggia”.

Ma no problem perché qualcuno lassù ha proprio a cuore il nostro Sherlock con la vagina e infatti, coincidenza, accanto a uno dei cadaveri viene ritrovata una siringa con scritto il laboratorio di provenienza e per completare il tutto, due testimoni assistono all’omicidio di un uomo in mezzo alla strada.

Aridaje un nuovo caso farlocco, ma vabbè perché James è uno di quegli scrittori che se non supera le 100 pagine si rigira nel letto tutta la notte con l’aria nella pancia. E infatti nonostante ormai anche la mia vicina di casa avesse già risolto l’arcano e mi avesse pregato di leggermi piuttosto un altro libro di Moccia, la nostra Linsday è ancora lì che vaga grattandosi la testa.

E infatti, dopo aver fatto visita al laboratorio dove si presume provenga la siringa incriminata e aver anche appurato che esiste un passaggio segreto che dal suddetto porta in un istituto per malati mentali e che uno dei pazienti gode del privilegio di uscire senza accompagnatore (boh proprio non capisco cosa possa essere successo), Lindsay più persa di un cane in tangenziale si rintana in macchina a mangiarsi un panino con insalata e uova sode

Pasto malsano ma provvidenziale proprio perché è nel momento in cui si abbandona a questo pappone senza salse che la protagonista vede uscire l’assassino dalla clinica intento alla fuga. E dopo aver fatto prendere una pallottola al collega, il cui unico peccato era quello di aver abbandonato il suo sogno di allevare mucche in Minnesota per unirsi al corpo di polizia di San Francisco, risolve il caso (che in verità si è risolto da solo grammi e grammi di cellulosa fa) e felice e soddisfatta dell’ennesimo lavoro alla carlona, torna a casa dal maritino fedifrago pronta a perpetuare la specie ancora una volta di troppo.

Ed è così che termina il thriller più emozionante di tutti i tempi. Una vera e propria scorpacciata di turbamenti unita a una dose massiccia di desiderio di perdere altre due diottrie e la consapevolezza che in fondo, nel nostro fare le cose senza né arte né parte,  siamo tutti un po´ Linsday.

 

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