Relazioni turbolente e maltrattamenti domestici (virtuali)

Sarà che sono 15 minuti che aspetto che il mio computer mi dia un segno di vita o il fatto che, come ormai tradizione, il mio telefono abbia deciso di sabotarmi spegnendosi al 40% di batteria, ma credo sia arrivato il momento di mettere nero su bianco la storia meno d’amore e più di bestemmie che ha segnato la mia esistenza dai 9 anni a un paio di minuti fa.

Se sei un caro amico, magari uno di quelli che mi ha vista refrigerare il buon vecchio Samsung per farlo funzionare o che ha avuto il privilegio di assistere al lancio carpiato del mio ipod su roccia, avrai forse già intuito che sto parlando proprio della tecnologia: ovvero quella branca demoniaca che produce cose che fanno cose che però non si possono mangiare e sono per questo distanti anni luce dalla mia comprensione.

Non saprei dire il momento storico preciso in cui i nostri rapporti si sono incrinati. So solo che è successo da quando i miei genitori mi hanno dato l´onere di crescere un tamagotchi tutto mio. Sará stata proprio la mia negligenza nei confronti di questo pet virtuale che ha segnato per sempre quello che sarebbe stata la relazione più turbolenta della mia vita. Basti pensare che dal settimo esemplare in poi ho smesso di dare nomi ai miei amici cibernetici per non affezionarmici troppo, perché tornare a casa da scuola e ritrovarli puntualmente stecchiti era sempre una sofferenza troppo grande per una bambina con il Q.I. di Stitch.

Quindi ci ho dovuto ragionare su ma sono arrivata alla conclusione che se non avessi dimenticato di nutrire il mio indifeso compagno di giochi forse oggi riuscirei a scrivere su un portatile usando tutte e 10 le dita della mano senza dimenticare di possedere anche gli anulari e i mignoli (che poi ci sarebbe da chiedersi perché al posto dei mignoli che, diciamoci la verità, sono due dita abbastanza inutili non potessimo avere, chessó, un cacciavite o un cucchiaino o una Bic). O, forse, se non avessi dimenticato di pulire la gabbietta del piccolo non starei qui a domandarmi perché puntualmente c’è sempre almeno una lettera della tastiera che smette di funzionare portando il mio tasso di frustrazione da 0 a 100 (un po´come quello che in questo momento avrai tu che hai letto questa battuta orribile e ti stai chiedendo che cosa ci stai ancora a fare qui)

Comunque, per chi appartiene alla mia generazione, non sapere da che parte guardare un tablet inizia ad essere imbarazzante. Lo so, non me ne compiaccio, soprattutto quando vedo per strada infanti che, tra un boccone di sabbia e l’altro, hackerano gli i-phone delle madri o ancora quando per stampare un documento devo prendermi un giorno di permesso da lavoro per cercare una copisteria nel raggio di due nazioni perché la mia stampante ha deciso di cambiare professione (diventando un preziosissimo prendi-polvere d’appartamento. Come se un pianoforte mai suonato, un orologio da parete senza pile e una lampada da scrivania fulminata dal 15/18 non fossero sufficienti)

C’è da dire però che non tutto il male vien per nuocere. Come la mia poca propensione ai fornelli ha fatto di me un’estimatrice della cucina per stomaci forti, la mia totale incapacità di rapportarmi con un essere inanimato lungamente più furbo di me mi ha permesso di portare alla luce aspetti della mia personalità che i miei genitori hanno probabilmente cercato di insabbiare per anni.

Per esempio ho capito di avere un problemuccio nella gestione della rabbia che nel caso di un futuro arresto potrebbe tornarmi utilissimo per dichiararmi mentalmente instabile ed evitare la galera. Inoltre se la mia carriera da talent scout di sceicchi di Dubai ricchissimi dovesse fallire, potrei sempre diventare tecnico informatico in qualche scuola elementare e portare avanti la millenaria tradizione dello “spegni e riaccendi” avviando i lettori dvd di tonnellate di insegnanti di tutta la provincia.

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