La solitudine uccide?

Cari amici lettori (ciao mamma, ciao papà) oggi vorrei affrontare, come sempre con un approccio scientifico dall’alto della mia laurea in Turismo, il tema della solitudine. Quando ero al liceo (sono anni così traumatici che non posso non citarli ogni due per tre) avrei cominciato un qualunque mio tema sull’argomento riscrivendo la definizione del mio mitico Zanichelli cartaceo (8 kg di saggezza). Visti i limiti di peso trasportabili in aereo, oggi ho deciso di tralasciare questa parte (non mi piegherò all’uso comodo ed efficace del dizionario online, non ora) e cercherò di definire il termine mettendo nero su bianco i miei più profondi turbamenti in proposito.
Da quando ho capito che spassarsela con un amico immaginario non è cosa accettata dall’umanità e ho dovuto salutare il caro Kevin per affrontare le persone nella vita reale, ho capito che cosa voglia dire sentirsi veramente soli. Ridere alle proprie battute (di solito tristi), passare il sabato sera a grattarsi le ascelle, andare in giro per casa come capitan mutanda senza il timore di una visita inaspettata e nei casi più estremi registrarsi mentre si chiacchiera amabilmente con se stessi (cosa che a volte faccio ma senza orgoglio).
Riflettendoci intensamente penso che la solitudine sia qualcosa di molto più condiviso di quanto uno creda (certo, forse la mia trascurabile intolleranza verso chi osa avere un’opinione diversa dalla mia potrebbe aver negli anni leggermente peggiorato la situa però…) e tra una grattata e l’altra in questa soleggiata domenica pomeriggio mi chiedo se ci sia una soluzione a tutto ciò.
Non credo che questa sia solo la mancanza fisica di qualcun’altro quanto piuttosto la sensazione di non riuscire a condividere gioie, dolore, speranze e sogni di gloria con un altro essere umano che provi sufficiente affetto da non consigliarti un Gatorade di cicuta. E se questa presa di coscienza da una parte ha risvegliato in me la sete (assopita dal giorno della mia nascita) di amicizia, dall’altra mi porta a chiedermi se a 23 anni si possa ancora essere pronti ad aprire il proprio fragile cuore a qualcuno di nuovo oppure se non sia, forse, troppo tardi.

Quindi mi sento di terminare questa profondissima riflessione riprendendo il saggio detto di Gandhi secondo cui chi trova un amico trova un tesoro e lanciando un messaggio di speranza e pace a tutti quelli che in questo momento si stanno dondolando in un angolo con le gambe raccolte come la sottoscritta…io sto con voi.
Kevin ti prego torna

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